La disponibilità di acqua è destinata a incidere sempre più sulla capacità delle imprese di produrre, approvvigionarsi e pianificare gli investimenti. Il tema non riguarda solo i consumi diretti degli stabilimenti, ma anche le filiere, i territori in cui operano i fornitori e la disponibilità delle risorse necessarie alla produzione. Secondo il World Resources Institute, la domanda globale di acqua potrebbe aumentare del 20–25% entro il 2050, quando il 31% del PIL mondiale risulterebbe esposto a stress idrico elevato. Anche in Europa il problema è già concreto: l’Agenzia europea dell’ambiente stima che lo stress idrico interessi ogni anno il 20% del territorio e il 30% della popolazione, con una pressione destinata a crescere per effetto del cambiamento climatico.
Per le aziende, questa esposizione può tradursi in limitazioni ai prelievi, interruzioni produttive, difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e maggiori esigenze di investimento. Una parte significativa del problema può inoltre trovarsi lontano dagli stabilimenti dell’impresa, nei territori in cui vengono coltivate, estratte o trasformate le risorse utilizzate lungo la filiera. Anche il quadro istituzionale sta seguendo questa evoluzione: la Strategia europea per la resilienza idrica punta a migliorare l’efficienza idrica dell’Unione di almeno il 10% entro il 2030 e prevede esplicitamente di considerare la water footprint dei prodotti nella definizione o nell’aggiornamento dei requisiti previsti dall’ESPR, il Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili, e dall’EU Ecolabel. La misurazione degli impatti idrici assume quindi un ruolo crescente nella gestione ambientale e nelle politiche di prodotto.
Dai consumi idrici alla valutazione degli impatti
Il riferimento internazionale per la valutazione della water footprint è la ISO 14046, che definisce principi, requisiti e linee guida per quantificare gli impatti ambientali potenziali legati all’acqua di prodotti, processi e organizzazioni. La metodologia si basa sull’analisi del ciclo di vita, o Life Cycle Assessment (LCA), e può essere applicata come studio autonomo oppure all’interno di una valutazione ambientale più ampia.
Per valutare l’impatto sulla scarsità idrica, i consumi vengono ponderati in funzione della disponibilità di acqua nei territori in cui avvengono. Con metodi come AWARE, il risultato è espresso in metri cubi equivalenti di acqua (m³ eq): i volumi consumati vengono moltiplicati per fattori che riflettono la scarsità idrica del bacino, della regione o del Paese di riferimento. Lo stesso consumo contribuisce quindi maggiormente all’impronta idrica quando avviene in un territorio in cui l’acqua è meno disponibile. I m³ equivalenti rappresentano un indicatore di impatto sulla scarsità, anziché un volume fisico effettivamente consumato.
La valutazione comprende anche gli impatti pertinenti sulla qualità dell’acqua, attraverso categorie quali eutrofizzazione, ecotossicità acquatica e acidificazione delle acque, ed eventualmente gli effetti sulla salute umana associati alla contaminazione.
La costruzione dello studio segue l’impostazione dell’LCA, dalla definizione dell’obiettivo e dei confini alla valutazione degli impatti e all’interpretazione dei risultati. La base dati è in larga parte condivisa con gli studi di LCA, CFP e CFO: quantità di materie prime, consumi energetici, trasporti, rifiuti e dati di produzione consentono di modellare le attività e i processi ai quali sono associati anche consumi e impatti idrici.
La water footprint non richiede necessariamente di ripartire da zero: una base dati ambientale già strutturata può essere valorizzata per estendere la valutazione agli impatti sull’acqua.
Queste informazioni vengono integrate, dove necessario, con dati specifici sull’utilizzo dell’acqua e sulla localizzazione dei processi, valorizzando il lavoro già svolto per le altre valutazioni ambientali.
I risultati permettono di individuare i processi e le fasi del ciclo di vita che contribuiscono maggiormente agli impatti idrici e di orientare gli interventi di miglioramento in funzione del beneficio ambientale atteso.
Le sinergie tra carbon footprint e water footprint
Per le imprese che hanno già avviato un percorso di CFP o CFO, la valutazione degli impatti idrici può svilupparsi a partire dalla stessa base informativa. I dati raccolti per descrivere materiali, energia, trasporti, rifiuti e processi possono essere utilizzati per quantificare sia le emissioni climalteranti sia gli impatti legati all’acqua. Questo permette di mantenere coerenti perimetri, ipotesi e criteri di calcolo.
La sinergia riguarda due aspetti principali:
- la raccolta dei dati, perché molte informazioni di base sono già disponibili;
- la modellazione dei processi, perché gli stessi flussi possono essere letti attraverso più categorie di impatto.
Questa integrazione è particolarmente utile quando il calcolo dello Scope 3 è stato costruito con un approccio activity-based, utilizzando quantità fisiche, processi e banche dati LCA.
I processi utilizzati per modellare la filiera descrivono infatti anche i consumi di acqua e le emissioni che ne influenzano la qualità: lo stesso modello può quindi restituire gli indicatori idrici applicando i relativi metodi di valutazione. Presentare carbon footprint e water footprint come attività da ricostruire separatamente risponde spesso più a logiche commerciali che a una reale necessità metodologica. Una base LCA adeguatamente strutturata permette di sviluppare entrambe le valutazioni, concentrando il lavoro aggiuntivo sulla verifica e sull’eventuale integrazione dei dati.
L’integrazione tra carbon footprint e water footprint migliora anche la lettura delle alternative. Una scelta favorevole alla riduzione delle emissioni climalteranti può comportare maggiori pressioni sulle risorse idriche; viceversa, un intervento sul trattamento o sul riutilizzo dell’acqua può richiedere energia aggiuntiva. Valutare entrambe le dimensioni permette di riconoscere questi possibili compromessi e di confrontare le soluzioni sulla base di un quadro ambientale più completo.
Per questo, il valore di un percorso di misurazione risiede anche nella possibilità di costruire una base dati condivisa, aggiornabile e utilizzabile per più finalità.
Strumenti digitali configurati sulle caratteristiche dell’azienda, dei prodotti e dei processi possono facilitare la raccolta e l’aggiornamento delle informazioni, oltre al confronto tra scenari.
Il lavoro già svolto per CFP e CFO diventa così una base su cui sviluppare ulteriori analisi, trasformando la misurazione delle impronte ambientali in un supporto continuativo alle decisioni.
Il nostro approccio: valorizzare i dati già raccolti
Per Fourgreen, la water footprint non è un’analisi da costruire ogni volta da zero, ma un’estensione naturale di una base dati ambientale già strutturata.
Quando studi di LCA, CFP o CFO sono costruiti con logiche coerenti, gli stessi dati possono essere valorizzati per valutare anche gli impatti legati all’acqua. Il lavoro aggiuntivo riguarda soprattutto la verifica della rappresentatività dei dataset, la localizzazione dei processi e l’integrazione delle informazioni specifiche su prelievi, consumi e qualità dell’acqua.
In questo modo, la misurazione non si limita a produrre un nuovo indicatore, ma diventa uno strumento per leggere meglio rischi, pressioni ambientali e priorità di intervento lungo la filiera.
Integrare carbon footprint e water footprint permette di valorizzare il lavoro già svolto, evitare duplicazioni e costruire una base dati ambientale più completa. Il valore non sta solo nel misurare una nuova impronta, ma nel trasformare i dati in decisioni operative.




